SPAZIO PER I LIMONI NEL MERCATO GIAPPONESE

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In un qualsiasi supermercato giapponese, il frutto al prezzo più conveniente è la banana coltivata nelle Filippine, che si presenta con un casco di cinque pezzi e un prezzo che varia dai 100 ai 300 yen (da meno di un euro a due euro circa).
Discorso ben diverso per i limoni, venduti a pezzo, che costano l’uno da 150 yen a 250 yen (cioè da un euro a poco meno di due), e sono per la maggior parte importati dalla California. Si trovano anche limoni made in Japan, ma sono più cari e difficili da reperire con continuità. Questa situazione si spiega così: per gli agricoltori giapponesi è più conveniente produrre altri tipi di agrumi, diversi tipi di arance, mandarini, kinkon o qum quat, che sono più remunerativi dei limoni. Quindi la domanda di limoni, sia da parte della ristorazione che dei privati, trova una risposta nell’importazione. I consumatori giapponesi non gradiscono molto i limoni della California, di cui conoscono i trattamenti colturali intensivi con pesticidi, ma non hanno alternative e dopo averli acquistati li sottopongono a un lavaggio meticoloso.
Dopo l’entrata in vigore nel 2019 dell’EPA UE-Japan, i produttori europei esportano annualmente circa 70 miliardi di euro in Giappone (escluso il valore dei servizi). Una larga parte di questo export va al fabbisogno alimentare dei giapponesi. Recentemente ogni settimana arrivano a Tokyo aerei cargo con container reefer carichi di ortofrutta europea, per rifornire ad esempio i 10 mila ristoranti con bandierina italiana che operano nelle città giapponesi. In questo contesto, il prezzo dei limoni è lievitato, tanto più da gennaio 2023, quando tutta l’ortofrutta al consumo è rincarata  di un +10-15 %, a causa del generale aumento del costo dei carburanti.
Esiste un mercato anche per i succhi di limone concentrato per uso di cucina. Vengono venduti in boccettine di vetro da 100 ml, da 150 ml, da 300 ml e da 350 ml.  I prezzi vanno da 670 yen per 100 ml (cioè 4,78 euro), a 1050 yen per 350 ml (cioè 7,5 euro).
Malgrado gli sforzi del governo giapponese negli ultimi 30 anni per aumentare la produzione agricola, il fabbisogno alimentare coperto dai fornitori locali rimane attorno al 40%,  con le importazioni che rappresentano il restante 60%. Una situazione aggravata dal rapido cambiamento della dieta alimentare negli ultimi 40 anni, con una tendenza ad un maggior consumo di carni e farine di importazione.
La produzione agricola risente, in positivo e in negativo, della estrema diversità geografica del territorio giapponese da nord a sud, con le temperature rigide dell’inverno a Hokkaido e tropicali a Okinawa. Inoltre gli addetti in agricoltura sono in media fra i più anziani al mondo. Solo il 12,4% del suolo è coltivabile, in pratica circa 45 mila chilometri quadrati.
Luciano Gianfilippi
Osaka

 

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