POMODORO SICCAGNO, UN’ECCELLENZA SU CUI COOP RINASCITA INVESTE

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In periodi di siccità – come quella grave che si sta vivendo da mesi in Sicilia – non c’è niente di più attuale della coltivazione del pomodoro “siccagno” (in siciliano vuol dire a secco), ovvero quello che viene ottenuto senza fare ricorso all’irrigazione.

Negli ultimi giorni gli agricoltori hanno cominciato a mettere a dimora le piantine di pomodoro e pregano che piova almeno un pò. Quel tanto che basta per fare attecchire le giovani piante. Sono, infatti, i primi quindici giorni di vita dell’impianto i più rischiosi per la coltura.

Vincenzo Pisa

L’aridocoltura, dai libri alla pratica di campo

“La coltivazione del pomodoro siccagno potrebbe essere definita l’archetipo dell’aridocoltura”, afferma Vincenzo Pisa, agronomo e presidente della coop Rinascita di Valledolmo (Palermo), un piccolo e virtuoso esempio di impresa collettiva a cui aderiscono in tutto venti soci. Grazie alle tecniche messe a punto nei secoli dagli agricoltori siciliani sulla base delle conoscenze empiriche e dell’esperienza, perfezionate poi grazie ai più recenti studi agronomici, vengono sfruttate al meglio le caratteristiche dei suoli che presentano componenti argillose montmorillonitiche o sabbie plioceniche miste ad argilla. Caratteristiche che conferiscono buona fertilità agronomica e autoregolazione idrica nei periodi di siccità
Quella del pomodoro siccagno nel territorio di Valledolmo, Comune in provincia di Palermo sui primi rilievi del massiccio delle Madonie, è una tradizione antica. Praticata da sempre, dicono gli agricoltori del luogo, che sanno quanta fatica si deve fare per portare in produzione le piante di pomodoro. Le lavorazioni, ad eccezione di quelle dedicate alla preparazione del terreno e della messa a dimora delle piantine (piccole trapiantatrici che nulla hanno a che vedere con le macchine utilizzate in altre parti d’Italia) sono tutte fatte a mano: scerbatura, rincalzatura e rottura della crosta superficiale per evitare l’eccessiva evaporazione dell’acqua dal terreno vengono effettuate tutte con la zappa. La raccolta è anch’essa manuale e si fa da luglio a ottobre. Del resto la maturazione delle bacche è scalare e non accade di rado di avere una ripresa della produzione se, dopo le prime abbondanti piogge di fine estate, tornano ad innalzarsi le temperature come se si fosse in agosto.
Nessuna forzatura per aumentare la produzione o ampliare il calendario di produzione: interventi fertilizzanti mirati e solo durante la preparazione del terreno delle colture che iniziano il ciclo in autunno-inverno e difesa antiparassitaria ridotta al minimo. In condizioni di aridocoltura come quelle di Valledolmo e dintorni dove di acqua irrigua non c’è l’ombra, nemmeno quando Giove pluvio è generoso, le piante, a prescindere dal loro corredo genetico, sviluppano un’elevata tolleranza ai parassiti. È come se l’assenza di acqua irrobustisse i tessuti esterni di foglie, steli e frutti tanto da renderli impenetrabili agli insetti dannosi. Impossibile concimare in assenza di irrigazione. Gli agricoltori di Valledolmo fanno tesoro della tecnica agronomica della rotazione triennale: al grano duro dedicano le concimazioni principali, poi seminano i legumi che danno azoto al terreno. A seguire il pomodoro che sfrutta la fertilità residua e cresce senza altri apporti di nutrienti. Unico prodotto aggiunto è lo zolfo naturale, per contenere le malattie fungine. “Abbiamo cominciato a produrre in biologico nel ’96, ancora prima che l’Unione Europea regolamentasse queste produzioni” afferma con orgoglio il presidente della Rinascita.

Un pomodoro di qualità superiore, diverse varietà

Nelle campagne delle basse Madonie si coltiva in prevalenza il “Pizzutello”. Meno frequentemente la scelta cade su Regolino, Missouri e Supermech. La coltura condotta in assenza di irrigazione determina la maggiore concentrazione della polpa che si presenta dolce e saporita. Da uno studio condotto qualche tempo fa dal Cnr di Catania risulta perfino che il pomodoro “siccagno” contiene una quantità di licopene tre volte superiore ai pomodori irrigui. Una qualità superiore riconosciuta da Slow Food che ha preservato la tradizione del sistema colturale, la tipologia del prodotto nonché il metodo di trasformazione semplice e genuino e senza additivi aggiunti.

Da qualche anno il prodotto riceve riscontri positivi dal mercato. “Cosa che ci permette di liquidare ai nostri soci da 40 a 50 centesimi al chilogrammo contro i 12-16 centesimi al chilo che, quando va bene, vengono riconosciuti al prodotto ‘industriale’ che è vero, fornisce ben altre rese. Dalle nostre parti raramente si raccolgono più di 100 quintali in un ettaro”, afferma Di Pisa. “Se poi si considera che per l’irrigazione la spesa da sostenere si attesta intorno ai 10 mila euro per ettaro – aggiunge Di Pisa – il conto della sostenibilità economica è presto fatto”.
Sul mantenimento della tradizione, nulla da eccepire, ma la coop attraverso progetti innovativi e sostenibili, ha lavorato per migliorare le pratiche agricole locali, promuovendo metodi biologici e sostenibili che rispettano l’ambiente e preservano la biodiversità.

Coop Rinascita, un po’ di storia

La coltivazione del pomodoro siccagno passa dall’orto familiare alle maggiori estensioni dei seminativi nella prima metà degli anni ’70. Introducendo nella rotazione agraria biennale anche una sarchiata come il pomodoro, gli agricoltori madoniti trovarono il modo di contrastare la cimice del grano che cominciava a devastare i raccolti. Dopo un paio d’anni si pose il problema della commercializzazione. I contadini non erano disposti a farsi “scippare” il prodotto dai mediatori che lo collocavano presso gli stabilimenti di trasformazione e, guidati dal nonno dell’attuale presidente che porta il suo stesso nome e dal suo amico e compagno di partito Salvatore Andolina, fondarono nel 1977 la coop Rinascita. Andò tutto per il meglio fino alla crisi delle industrie di trasformazione siciliane. Di fronte alla chiusura della maggior parte degli stabilimenti di trasformazione, gli agricoltori di Valledolmo e dintorni accarezzarono l’idea di chiudere la filiera grazie a uno stabilimento di proprietà. Lo fecero. Grazie al finanziamento dei primi “Patti territoriali”, quelli del 1996, e alla caparbietà dei soci fondatori nel 2003 lo stabilimento venne inaugurato ma funzionava grazie a un gruppo elettrogeno. “Perchè lo stabilimento potesse essere rifornito di energia elettrica dalla rete si aspettarono altri due anni e mio nonno dovette chiedere l’intervento di un politico…”, ricorda Di Pisa.
Il business cominciò a decollare nel 2007: Esselunga trasmise un ordine da 300 mila pezzi da consegnare nell’anno successivo. Una enormità per una piccola azienda che stava muovendo i primi passi: “Riuscimmo a consegnarne solo la metà”, ricorda Pisa.
Oggi lo stabilimento di Contrada Rovittello a Chiusa Sclafani, il Comune limitrofo a Valledolmo, lavora in media 15mila quintali all’anno di pomodoro siccagno tutto conferito da una ventina di soci. Nel 2023 sono usciti 2 milioni di pezzi tra passate, sughi pronti e pelati che hanno prodotto un fatturato 1 milione e 300 mila euro. Una piccola struttura, dunque, che ha due linee di lavorazione, una per il convenzionale, l’altra dedicata al prodotto biologico e che presto sarà implementata con una piccola pelatrice termofisica da 500 Kg/ora finanziata con un bando del Gal Madonie. Pensate: finora i pomodori pelati sono stati lavorati solo a mano…Sarà stata questa la ragione per cui nel 2022 Gambero Rosso lo ha selezionato tra i 5 pomodori migliori d’Italia?
Chi lo cerca lo trova sotto diverse etichette. C’è una linea pari al 15 per cento della produzione dedicata al canale Horeca che con il marchio D’Agò, viene distribuito con mandato in esclusiva da Antonio D’Agostino. Per la Gdo le forniture riguardano prevalentemente le insegne Esselunga, Decò e Terre d’Arena.

I limiti all’espansione del business

Solo la mancanza di manodopera impedisce l’espandersi della coltura e allo stabilimento in cui si eseguono anche lavorazioni conto terzi, di lavorare a pieno regime per i soci. “I nostri centri rurali – dice con amarezza Vincenzo Pisa – si stanno svuotando: vengono meno le braccia dei giovani”. Non a caso proprio a Valledolmo l’amministrazione comunale sta portando avanti un progetto basato sul protocollo d’intesa tra l’Associazione lavoratori stranieri, il Consorzio umana solidarietà e l’Unione generale dei lavoratori marocchini (Ugtm) che, come prevede il Testo unico sull’immigrazione dopo le novità introdotte dal decreto Cutro, prevede l’apertura di nuovi corridoi impiegatizi al di fuori del decreto-flussi per personale formato nel paese d’origine. Una iniziativa che, aperta a tutte le aziende italiane serve a contrastare il fenomeno del caporalato. Orgoglioso Pisa afferma: “Crediamo molto nell’integrazione, nell’accoglienza e nell’etica del lavoro: Rinascita è stata la prima azienda del Meridione d’Italia ad essere inserita in “Relaq”, la rete del lavoro agricolo di qualità”.

Angela Sciortino

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