DRAMMA SICCITÀ SUGLI AGRUMI SICILIANI: “SALVIAMO IL SALVABILE”

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Salvare il salvabile. È la parola d’ordine di produttori e amministratori locali preoccupati per la tenuta sociale delle loro comunità agricole. A Ribera in provincia di Agrigento, dove si produce la omonima famosa arancia Dop, la notte non si dorme. Non è colpa del caldo arrivato in anticipo, ma dei brutti pensieri che agitano i sonni di molti agricoltori alle prese con una siccità senza precedenti. Siccità che, prima ha compromesso la produzione della prossima campagna, ma adesso sta perfino mettendo a rischio gli impianti produttivi, un totale di 7-8 mila ettari tutti nella valle del fiume Sosia Verdura e frazionati in piccole aziende la cui maglia poderale raramente supera i 3 ettari.

Salvatore Daino

Daino (Arancia di Ribera DOP): “Preoccupati per la sopravvivenza delle aziende”

Senza irrigazioni è difficile fare sopravvivere quei lussureggianti agrumeti che gli agricoltori di questa valle hanno realizzato con sacrifici e sudore 40-50 anni fa e che i giovani imprenditori insediatisi nell’ultimi anni hanno voluto ampliare e migliorare. “Siamo tutti molto preoccupati per la sopravvivenza delle nostre aziende e per il futuro della nostra comunità agricola”, afferma Salvatore Daino, presidente del Consorzio di tutela della Dop Arancia di Ribera. Con il fiato sospeso i 500 soci del Consorzio di tutela dell’Arancia di Ribera Dop e anche tutti coloro che – imprenditori agricoli e operatori dell’indotto – che dipendono dal risultato dall’agrumicoltura.

Archiviate tre stagioni in cui ha piovuto pochissimo e ha fatto anche più caldo del solito, qualcuno si era convinto della tropicalizzazione del clima e confidava in abbondanti piogge estive e della tarda primavera, così come accadde l’anno scorso. Il fenomeno non si è ripetuto e per gli agrumi, una siccità così prolungata, equivale ad una condanna a morte. 

In condizioni normali gli agrumicoltori della valle del Sosio-Verdura riescono a ottenere dal consorzio di bonifica quattro o cinque turni irrigui. Uno scenario che la siccità ha stravolto. C’è chi è riuscito ad effettuare due irrigazioni grazie alle riserve dei laghetti aziendali, chi nemmeno una. Del resto, con gli invasi artificiali vuoti, il consorzio quest’anno non ha acqua da fornire agli agricoltori. “Il 70 per cento dei nostri agrumeti, dove si produce la migliore arancia bionda della Sicilia, potrebbe non farcela a superare l’estate”, dice allarmato Daino. Per questo gli agricoltori hanno lottato con le unghie e con i denti per strappare anche piccole concessioni sulla poca acqua disponibile che è destinata agli usi potabili. Il confronto con Autorità di Bacino, Commissario del Consorzio di Bonifica e Commissario per l’emergenza idrica in agricoltura e zootecnia ha consentito una piccola, ma importante, concessione: a luglio sarà possibile assicurare un turno irriguo utilizzando un milione e 700 mila metri cubi di acqua frutto di un travaso dalla diga Gammauta (ad uso idroelettrico e di proprietà Enel) verso la diga Castello ad uso agricolo e idropotabile. Un turno irriguo che da solo potrebbe non bastare a salvare campagna produttiva e gli arboreti e per questo si spera possa essere seguito da qualche pioggia estiva, meglio se abbondante ma non distruttiva. “Solo così salveremo le piante – afferma Daino che per il suo agrumeto ha già esaurito le riserve – e salveremo anche l’economia di quest’areale dove i valori fondiari degli agrumeti nell’ultimo decennio sono triplicati passando dai 30-40 mila euro per ettaro a 120-130 mila a dimostrazione del positivo effetto della Dop sui redditi agricoli”. 

Gerardo Diana

Diana (Arancia Rossa di Sicilia IGP): “Cifre iperboliche per attingere l’acqua dai pozzi”

Sotto il vulcano, nella parte orientale della Sicilia, patria delle nota e apprezzata Arancia Rossa di Sicilia Igp, gli agricoltori, ormai abituati ai ripetuti disservizi della distribuzione idrica da parte del Consorzio di bonifica, da tempo fanno ricorso all’acqua dei pozzi aziendali. Ma si stanno svenando. “Per tirare sù dai pozzi l’acqua per irrigare i nostri agrumeti spendiamo cifre iperboliche: le falde sono profonde e il loro livello scende sempre di più. In assenza di precipitazioni abbiamo dovuto irrigare anche durante la stagione invernale”, racconta Gerardo Diana agrumicoltore di Mineo in provincia di Catania e presidente del Consorzio di tutela della Igp Arancia Rossa di Sicilia. Pur sostenendo questo pesantissimo sforzo economico, il risultato nella scorsa campagna non è stato esaltante: buone rese, ottime caratteristiche organolettiche, ma pezzature di gran lunga inferiori alla media. “Va da sè – spiega Diana – che il mercato ci ha penalizzato riconoscendo prezzi molto più bassi”. 

Al danno, per qualcuno, si è aggiunta anche la beffa. Racconta Diana: “Per la campagna che si è appena conclusa, avevo acceso una polizza assicurativa per i danni da siccità. È stato inutile: l’enorme quantità di frutti ma di piccola pezzatura ha fatto calcolare rese ‘normali’ e così non è scattato il meccanismo del risarcimento”.

Tristeza: la siccità rischia di aggravare la situazione

Poi un accenno allo stato di salute degli impianti arborei. Pare che la siccità stia amplificando lo stress che subiscono le piante infettate dal virus della Tristeza e che ancora non ne hanno manifestato chiaramente i sintomi. Gli impianti giovani realizzati su portainnesti moderni come il C-35 Citrange o il californiano C22, poi chiamato Bitters, si presentano più vitali e rispondono bene ad ogni irrigazione. “Viceversa – afferma Diana – le piante più vecchie che sono innestate su arancio amaro reagiscono poco o niente alle irrigazioni: sembrano, per così dire, ‘bloccate’”.

“Dalle nostre parti – aggiunge l’agrumicoltore di Mineo – la siccità ha provocato strane reazioni nelle piante che alla fioritura si sono presentate quasi in ‘ordine sparso’”. In pratica la fioritura è avvenuta in due periodi ben distinti: una nel periodo “canonico”, l’altra tardiva a distanza di circa un mese o poco più. Ma non si è trattato di rifiorenza: ciascuna pianta, questa primavera, ha fiorito secondo un proprio calendario.

Giancarlo Paparoni

Paparoni (Messina): “A causa della mosca perso quasi tutto il raccolto di arance”

Giancarlo Paparoni, produttore bio di arance e limoni a Rocca di Caprileone in prossimità del litorale messinese tirrenico, non ha remore a definirsi “smarrito” e in difficoltà sulle scelte produttive da adottare. Anche se, rispetto ai colleghi delle altre province, si ritiene quasi fortunato: i monti Nebrodi – la dorsale montuosa tirrenica che è anche la zona più piovosa della Sicilia – hanno sempre rappresentato una riserva idrica considerata da molti inesauribile. “Ma anche qui – dice Paparoni – gli effetti della siccità si sentono: la nostra fiumara, il Fitalia, è ridotta da tempo a un rigagnolo e anche le falde subalvee si sono abbassate: nel mio pozzo l’acqua di norma si trovava a venti metri, ora devo pescarla a 50”. Per l’imprenditore messinese però il problema più grave è rappresentato dal climate change di cui la siccità è solo uno degli aspetti. Sono gli insoliti andamenti termici a creare i maggiori problemi soprattutto alle aziende come la sua che è in biologico. Quest’anno le temperature miti hanno permesso alla mosca della frutta di riprodursi senza il consueto stop dei mesi più freddi. Così l’attacco alle arance ovali (le più tardive dell’agrumeto di Paparoni) è stato massiccio nonostante la loro epidermide coriacea li renda in genere meno soggette ai danni dell’insetto.

“In sintesi – racconta Paparoni – a causa della mosca, ho perso il raccolto: il 90-95 per cento dei frutti è stato attaccato ed è caduto ai piedi delle piante”. Fin qui le arance. Paparoni, però, tiene molto alla sua produzione di limoni bio che quest’anno, almeno per quel che riguarda il prodotto primaverile, non può sfoggiare la solita bellezza. Le temperature dello scorso inverno, caratterizzate da forti escursioni tra il giorno e la notte e associate all’assenza di precipitazioni, ha rovinato la produzione del “bianchetto”, frutto primaverile che origina dalla seconda fioritura della varietà Femminello. 

L’imprenditore messinese ha, poi, un sassolino nella scarpa che vuole a tutti i costi togliersi: “Sarà pure vero che ci sono periodi in cui non c’è abbondanza di prodotto, ma è pur vero che vedere prezzi spropositati per una qualità che in genere viene destinata all’industria, per noi produttori è un vero e proprio affronto”. Paparoni mostra così una foto scattata presso un punto vendita della Gdo: limoni di seconda categoria (ricoperti anche da un bel pò di cocciniglie) prezzati 2,19 euro al chilogrammo. “Noi questi limoni li destiniamo alla trasformazione industriale e ce li pagano 20-25 centesimi al chilo. Difficilmente questi che ho fotografato saranno stati pagati più di 30-35 centesimi. Per quel prezzo al dettaglio bisogna offrire di meglio. E vi assicuro che c’è”.

Angela Sciortino

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