DOSSIER LEGAMBIENTE: MENO PESTICIDI NEL PIATTO… TRANNE FRUTTA E VERDURA

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Circa un mese fa Strasburgo ha bocciato il possibile taglio dei pesticidi entro il 2030 invocato da diversi Paesi europei e ha rilanciato, ancora per almeno dieci anni, la possibilità di utilizzo del glifosato.

Se l’Europa fatica, almeno per ora, a trovare una formula chiara e veloce per porre freno all’uso di erbicidi, insetticidi e sostanze utili a mantenere gli attuali livelli di produzione agricola, dall’altra cresce fra i consumatori la consapevolezza dei rischio di ritrovarsi “i pesticidi nel piatto”.

Anche per questo, come ricorda Repubblica, ogni anno Legambiente pubblica il dossier “Stop pesticidi nel piatto” per darci una idea di quanti fitofarmaci finiscono sulle nostre tavole: nell’edizione 2023 la buona notizia è che sono in calo. Nell’ultima edizione presentata lo scorso dicembre infatti erano presenti nel 44,1% dei campioni esaminati, oggi invece siamo intorno a quota 39,21% tra quelli individuati in alimenti di origine vegetale o animale.

La frutta è la categoria più colpita dalla presenza di residui

In generale la frutta si conferma sempre come la categoria più colpita dalla presenza di residui, con “oltre il 67,96% dei campioni che ne contiene uno o più” fanno sapere dall’associazione ambientalista. Tracce di pesticidi sono state osservate nell’84% di pere, nell’83% di pesche e nel 53,85% di peperoni ma è nella frutta esotica come banane, kiwi e mango che è stata riscontrata la percentuale più alta di irregolarità. Meglio la verdura dove il 68,55% dei campioni analizzati è risultato senza residui di sostanze chimiche. Tra gli alimenti trasformati, i cereali integrali e il vino sono invece quelli in cui è stato rintracciato “il numero più alto di residui permessi (rispettivamente 71,21% e 50,85%)”. Bene anche i 921 campioni di origine animale analizzati dal dossier: l’88,17% è risultato privo di residui.

Ponendo la lente di ingrandimento su quanto individuato, tra i pesticidi più presenti risultano Acetamiprid, Fludioxonil, Boscalid, Dimethomorph ma anche neonicotinoidi non più ammessi come il Thiacloprid in campioni di pesca, pompelmo, ribes nero, semi di cumino e tè verde in polvere, oppure l’Imidacloprid in un campione di arancia, due campioni di limoni o il Thiamethoxam in un campione di caffè. I dati si riferiscono a campioni anche provenienti da agricoltura biologica, oltre a quella convenzionale, raccolti in 15 diverse regioni.

Il totale regolare e senza residui è risultato il 59,18% (lo scorso anno erano 54,8%) dei campioni analizzati ma, spiega Legambiente, “a destare preoccupazione è il fatto che, seppur nei limiti di legge, nel 15,67% dei campioni regolari sono state trovate tracce di un fitofarmaco e nel 23,54% di diversi residui. Dati, questi, che, soprattutto sul fronte del multiresiduo, fanno accendere più di qualche campanello di allarme agli addetti ai lavori rispetto ai possibili effetti additivi e sinergici sull’organismo umano del cosiddetto cocktail di fitofarmaci”. Confortante sapere invece che nei prodotti biologici presi in esame di fatto solo nell’1,38% dei campioni è stata individuata traccia di pesticidi, una contaminazione probabilmente dovuta al cosiddetto “effetto deriva” determinato dalla vicinanza ad aree coltivate con i metodi dell’agricoltura convenzionale.

Fra i vari cibi analizzati sono state trovate tracce di 95 sostanze attive legate ai fitofarmaci e in particolare “in 3 campioni di uva passa sono stati rintracciati 17 residui, in un campione di pesca 14 residui, in un campione di fragola 12 residui”. Discorso che può valere anche per i prodotti importati dato che su un peperone di origine cambogiana sono stati rinvenuti addirittura 28 residui. Seppur i dati di quest’anno indichino una generale diminuzione della presenza dei pesticidi, Legambiente invita comunque a non abbassare la guardia sul problema e lancia oggi un appello alle istituzioni nazionali ed europee chiedendo “interventi concreti sotto il profilo legislativo, e rammentando loro che proprio dall’Ue stessa è arrivato un chiaro indirizzo per una drastica riduzione delle sostanze chimiche di sintesi. La strategia europea From farm to fork prevede infatti che entro il 2030 è necessario raggiungere una riduzione del 50% dei fitofarmaci utilizzati, per questo è fondamentale da parte dei vari Paesi, a partire dall’Italia, una piena applicazione della strategia”.

Parallelamente l’associazione continua con la battaglia contro il glifosato attraverso la nuova campagna “Glifosato free” per premiare le aziende che hanno bandito la sostanza chimica. Come dice Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente “nonostante qualche dato timidamente incoraggiante, la situazione appare ancora molto complessa e risulta evidente la necessità di una ulteriore e concreta spinta politica affinché si possa davvero mettere fine alla chimica nel piatto. In questo contesto, corre l’obbligo di rammentare la nostra forte preoccupazione per la mancata approvazione del SUR, dispositivo emanato dalla Commissione europea che regola e limita l’utilizzo di fitofarmaci, e riguardo all’urgenza di adottare in Italia il nuovo PAN (Piano d’Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari) la cui ultima stesura risale al 2014”. Un appello, quello fatto alla Commissione europea affinché non ritiri il regolamento Ue sui pesticidi, che in Italia trova il sostegno di diverse sigle – da Legambiente al Wwf, dalla Lipu sino a Slow Food – tutte riunite sotto la coalizione #CambiamoAgricoltura.

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