DAL CILIEGINO AL KIWI, ECCO I PORTI CHIUSI AL MADE IN ITALY

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Porti chiusi al made in Italy a tavola con le barriere sanitarie e burocratiche erette spesso strumentalmente nei confronti dei prodotti agroalimentari nazionali, dal pomodoro ciliegino bloccato alle frontiere con il Canada che ha invece più che quadruplicato le esportazioni in Italia di grano trattato con glifosate secondo modalità vietate a livello nazionale.

E’ quanto denuncia l’analisi della Coldiretti diffusa in occasione della giornata conclusiva del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione, organizzato dalla Coldiretti con la collaborazione dello studio The European House – Ambrosetti a Villa Miani a Roma, dove è stata allestita la mostra “Porti chiusi al Made in Italy”.

Le esportazioni nazionali sono colpite spesso – sottolinea la Coldiretti – da blocchi e misure restrittive giustificati ufficialmente dal rischio della diffusione di malattie e parassiti delle piante ma che non trovano spesso riscontro nella realtà e coprono invece politiche protezionistiche. Una vera e propria guerra commerciale sommersa che – precisa la Coldiretti – nasconde spesso la volontà di difendere degli interessi locali per aggirare anche accordi internazionali sul libero scambio.

Vita dura – continua la Coldiretti – anche per i kiwi con l’Italia che è il secondo produttore mondiale ma non può esportarli in Giappone e Thailandia, le mele tricolori sono rifiutate dal Cile, il Perù, il Messico e la Cina. Con Pechino si è appena conclusa positivamente la trattativa per le pere, sulle quali si discute anche con la Thailandia. Il paradosso è che proprio la Cina frappone ostacoli per motivi fitosanitari e chiede assicurazioni sulla assenza di patogeni della frutta (insetti o malattie) non presenti sul proprio territorio con estenuanti negoziati e dossier che durano anni e che affrontano un prodotto alla volta, ma può esportare in Italia i propri prodotti assieme ai quali sono arrivati anche pericolosi insetti alieni dannosi come la cimice asiatica (Halyomorpha halys) che sta distruggendo i raccolti nei frutteti e negli orti.

Un’anomalia che si registra anche nel caso degli agrumi. Il Sudafrica – denuncia Coldiretti – esporta da noi arance contaminate dalla “macchia nera” (black-spot), una malattia altamente contagiosa che provoca una diminuzione della qualità e della quantità dei frutti che non possono più essere venduti sul mercato fresco. I sudafricani, peraltro, impediscono anche le importazioni di uva italiana da tavola, così come la Thailandia. Frontiere off limits per gli agrumi tricolori anche in Cina (tranne arance) e Corea del Sud.

Ma i prodotti italiani trovano difficoltà anche nelle Americhe. Gli Stati Uniti vietano l’ingresso dei carciofi freschi – rileva Coldiretti – ma anche del limone caviale, una varietà di limone che si coltiva in Sicilia per effetto della tropicalizzazione del clima. Il Messico, invece, impedisce l’arrivo delle fragole e delle barbatelle per la vite e sempre nel nuovo continente in Brasile non sono autorizzate le susine provenienti dall’Italia nonostante l’Unione Europea abbia siglato l’accordo di libero scambio con tutta l’area Mercosur di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay.

Ma difficoltà – continua la Coldiretti – ci sono anche per altri prodotti come la carne bovina nazionale che è bloccata in Colombia, Perù e Corea del Sud a causa del rischio Bse. Alle barriere fitosanitarie si sommano gli ostacoli burocratici all’export anche in Usa e in Cina, dove pure le esportazioni sono autorizzate dal novembre 2023.

La carne di maiale non trova spazio in Cina, Colombia, Corea del Sud, Indonesia, Messico, Sud Africa a causa del mancato riconoscimento del principio di regionalizzazione per la peste suina africana, mentre per la medesima ragione quella di pollo è bloccata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Malesia a causa delle restrizioni dovute all’influenza aviaria. Ma l’export resta comunque difficoltoso a causa della burocrazia anche in Cina, Thailandia e Vietnam.

“A livello nazionale serve un task-force che permetta di rimuovere con maggiore velocità le barriere non tariffarie che troppo spesso bloccano le nostre esportazioni” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare la necessità di “investire anche sulle Ambasciate, introducendo nella valutazione principi legati anche ai risultati commerciali. Un freno all’export agroalimentare nazionale che è in aumento dell’8% nei primi otto mesi del 2032 dopo aver raggiunto nel 2022 il valore record di 60,7 miliardi di euro secondo una analisi della Coldiretti su dati Istat.

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